Perché lo consigliamo?
Perché è un romanzo che racconta il rapporto tra terra, giustizia e dignità umana con una forza ancora sorprendente. Francesco Jovine mette al centro il mondo contadino e il desiderio di riscatto di chi vive ai margini, mostrando quanto il possesso della terra significhi spesso molto più di un bene materiale: significa identità, futuro, possibilità di esistere. Lo consigliamo perché parla di disuguaglianze antiche che, in forme diverse, continuano a interrogarci anche oggi .
Cosa ci è piaciuto di più?
La capacità di Jovine di unire impegno civile e qualità narrativa. I personaggi non sono simboli astratti, ma uomini e donne vivi, attraversati da passioni, paure e speranze. La campagna molisana non fa solo da sfondo: diventa una presenza concreta, quasi un personaggio aggiunto, che condiziona i destini e custodisce memorie. Colpisce anche la misura della scrittura, intensa senza mai risultare enfatica.
C’è qualcosa che non abbiamo gradito?
Alcuni passaggi possono apparire legati a una sensibilità narrativa diversa da quella contemporanea, con ritmi più distesi e una costruzione meno immediata. Ma è proprio questo respiro ampio a dare profondità al romanzo e a restituire il senso di una vicenda collettiva.
Frase da sottolineare:
«La terra chiama sempre chi l'ha lavorata con le proprie mani. Non basta possederla sulla carta: bisogna conoscerne la fatica, aspettarne i frutti, soffrirne la siccità e amarla come si ama una cosa viva.»
«Chi ha lasciato la terra se la porta dentro come una nostalgia che non tace mai.»
Proposta di lettura che arriva da Maria Rosaria Vitalone.
Curiosità: Il romanzo uscì poco prima della scomparsa di Francesco Jovine, diventando in qualche modo il suo testamento letterario e nello stesso anno vinse il prestigioso Premio Viareggio, contribuendo a consacrare l'autore tra i grandi narratori italiani del Novecento. Fu adattato dalla RAI in uno sceneggiato televisivo nel 1970, diretto da Silverio Blasi, in cinque puntate trasmesse sul Programma Nazionale. Tra gli interpreti figuravano Paola Pitagora e Adalberto Maria Merli.